Il viaggio

Partiamo da Lungro alla volta di Galatina, prima tappa del nostro viaggio. La scelta non è casuale: Galatina infatti è stata per molto tempo un baronato ceduto alla famiglia Castriota e lì c’è tutt’ora il castello appartenuto alla casata. Abbiamo saputo che Giorgio ci è passato ed è lì che incontreremo il terzo componente della nostra squadra.

Dopo una nottata sotto le stelle, in un uliveto appena fuori Galatina, abbiamo giusto il tempo di fare qualche ripresa fuori dal castello di Skanderbeg, che oggi è stato trasformato in B&B. Ci aspetta la strada fino a Bari, dove dobbiamo imbarcarci sul traghetto che ci porterà a Durazzo. Arrivati al porto di Bari ci sistemiamo in fila per l’imbarco tra le famiglie di immigrati che tornano per l’estate e numerosi turisti – in effetti molti più turisti di quel che ci saremmo aspettati. Scopriremo lungo il viaggio che l’Albania è stata segnalata come una delle mete più in voga da siti, giornali specializzati e operatori del settore.

Al nostro arrivo a Durazzo troviamo una città molto “italiana”, o quantomeno di un’Italia meridionale del passato prossimo. Giriamo un po’, cambiamo i nostri euro in lek con un cambio che ci trasforma in nababbi e ci organizziamo per l’avventura in terra albanese partendo per la prima tappa: Lezha. Prendiamo quindi l’unica autostrada del paese in direzione Tirana, deviando quasi subito, però, e facendo la conoscenza delle strade albanesi, una costante che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

A Lezha visitiamo la tomba del condottiero e simbolo della resistenza albanese: Gjergj Kastrioti. Padre morale della patria, è una figura che continene in sé diverse sfaccettature ed è da alcuni mitizzato, da altri descritto con meno enfasi, criticato adirittura. Resta però colui che storicamente riuscì a resistere, alla testa di uno sparuto esercito e per quindici anni, alle continue invasioni ottomane. Le forze armate di Skanderbeg con i loro successi si guadagnarono il rispetto e l’ ammirazione dello stato pontificio, di Venezia e Napoli, le quali, minacciate dalla grandezza ottomana, offrirono al principe albanese appoggio militare prima e luoghi sicuri dove far espatriare la sua gente quando, dopo la sua morte, l’ondata mussulmana riuscì ad impadronirsi del paese.
Chiediamo al responsabile del mausoleo se ha mai incontrato Giorgio De Rada, purtroppo però non riceviamo risposte affermative a riguardo; nonostante sembra siano molti gli arbëreshë che vanno a visitare la tomba di Skanderbeg, di quest’uomo non ha particolare ricordo. Partiamo quindi alla volta di Skutari, la più grande città del nord del paese. Viaggiamo lungo una strada provinciale che per un pezzo costeggia un parco naturale, la riserva di Ishulli i Kunes, che visitiamo immergendoci nella natura selvaggia del luogo, per poco però: la strada per Skutari è ancora lunga ed infatti arriviamo al crepuscolo. Una volta arrivati in città, alloggiamo all’hotel Rozafa che prende il nome dal castello della città. Scherziamo sul fatto che l’hotel può tranquillamente essere uno dei simboli del socialismo reale di Enver Hoxa: enorme, spartano e un po’ in rovina, racchiude in sé il fascino del post regime, ma va benissimo per lavarci e riposare, anche se veniamo svegliati nel bel mezzo della notte dal muezzin che ci ricorda che siamo in pieno ramadan.

Skutari ci accoglie con un caos tutto slavo; chiediamo alla receptionist dell’albergo se conosce un posto in cui una persona come Giorgio, viandante moderno, possa essere andato o passato. Lei ci parla di un baretto, vicino al parchetto centrale della città, il bar Luxemburg, luogo di ritrovo dei giovani del posto. Riusciamo a parlare con il proprietario, che in effetti ha conosciuto Giorgio. Nel pomeriggio visitiamo la città e il suo castello, un’altra costante di quasi tutti i posti che visiteremo. Dal castello il panorama raccoglie le piane attorno alla città, i laghi Skutari e Vau i Dejes, il fiume Drina e in lontanza il Montenegro.

Dopo pranzo partiamo alla volta di Koman, da dove salpa il traghetto “Sahhilba”, unico modo di raggiungere l’estremo nord del paese; è lì che infatti termina la strada e per riprenderla a Fierze l’unico modo è attraversare il lago omonimo navigando tra le sue acque dai fiordi che scendono dalle altissime montagne a bordo del traghetto guidato dal capitano Malo Ndreaj. La strada che ci porta a Koman costeggia il bacino Vau i Dejes che ci tiene compagnia vista la scarsità di automobilisti che viaggiano da queste parti. Al crepuscolo arriviamo finalmente a Koman, che scopiramo essere poco più di un villaggio, fornito però di campeggio lungo le sponde del lago, lì dove le gole lo stringono fino a renderlo un largo fiume gestito, a monte, da una maestosa diga. Scopriamo infatti che tutto il bacino che abbiamo costeggiato e tutto quello che navigheremo non è nient’altro che un lago artificiale realizzato in passato dal regime per la produzione di energia elettrica. Nel campeggio di Koman incontriamo dei ragazzi italiani che durante la loro permanenza come volontari del servizio civile internazionale hanno conosciuto Giorgio a Pogradec.

Purtroppo la strada che intendevamo prendere ci viene sconsigliata da tutti coloro con cui parliamo durante la traversata del lago Koman; ci consigliano però di passare per la Macedonia e il Kossovo, una deviazione che ci farà perdere un sacco di tempo e sarà un’avventura a parte nell’avventura: uno di noi infatti è sprovvisto di passaporto, visto che in Albania si può entrare con la semplice carta d’identità e che questa deviazione non era programmata. Fortunatamente gli agenti della dogana kossovara, all’inizio restii a farci entrare nel paese, sono clementi. Forse perché riusciamo a capirci quasi subito e ci prendono in simpatia quando gli raccontiamo della nostra ricerca, oppure solo per il fatto di essere tre arbëresh in giro per l’Albania. Facendoci passare però ci avvisano che possiamo rischiare, nel caso di controlli da parte della polizia, grossi problemi. Per non parlare del fatto che alla frontiera macedone ci avrebbero sicuramente fatto problemi perché – sapete, i macedoni tendono a essere poco gentili con i forestieri, ci dicono. In realtà poi è andato tutto bene, anche se durante tutto il viaggio un po’ di tensione sì è fatta sentire.

Pogradec è una città sviluppatasi sulle sponde del lago Ohrid, all’interno del quale passa il confine con la Macedonia ed infatti è, un po’ come tutto il paese, disseminata dei classici piccoli bunker che nella follia di Hoxa dovevano salvare la patria dalle invasioni esterne. Giriamo un po’ per la città e, dopo aver mangiato degli ottimi burek, partiamo per Korcia, città universitaria non molto lontana, anche perché nonostante le segnalazioni dei ragazzi incontrati a Koman, qui non troviamo tracce di Giorgio.

La strada per Korcia poggia su una delle poche zone pianeggianti del paese: campi coltivati, colline brulle deforestate e terrazzate durante il regime fanno da contorno alla lunga striscia di asfalto. Fa molto caldo ma per fortuna il viaggio dura relativamente poco. Korcia si presenta come una cittadina molto attiva; facciamo diverse conoscenze al caffè centrale e parliamo con un po’ di gente di Giorgio, sanno che ha vissuto lì per un periodo di tempo ma nessuno di loro lo ha personalmente conosciuto. Gironzoliamo per la città e cerchiamo un campeggio dove fermarci per la notte, visto che sembra che i pochi alberghi della città siano tutti pieni. Campeggi organizzati purtroppo non ce ne sono, allora decidiamo di piantare la tenda tra i boschi di abeti sulla montagna che sovrasta la città. Durante la ricerca di un luogo adatto per la tenda ci imbattiamo in una statua gigantesca che sovrasta un sacrario dedicato ai partigiani morti durante la guerra di liberazione, monumenti lasciati al completo degrado, presi d’assalto dalle graminacee e dalle coppiette che li usano per appartarsi o per godere del panorama sulla città che è, in effetti, affascinante. Dopo una pausa rifocillante alla festa della birra del birrificio Korcia, una delle due marche più diffuse nel paese, andiamo a dormire stanchi ed anche un po’ demotivati dagli scarsi risultati ottenuti fino ad ora.

La giornata successiva si presenta come la più afosa da quando siamo arrivati. Ci svegliamo di buon’ora quasi circondati dagli abitanti di Korcia che, mattinieri, passeggiano tra gli abeti dei boschi sulla città; decidiamo di partire per scendere verso sud, verso il mare, anche se ci vorrà un po’ di tempo ancora prima di riuscire a raggiungerlo. Viaggiamo infatti per una strada che si inerpica tra le montagne del massiccio del Gramos e dopo diversi km costeggiamo un canyon profondissimo da quale si sente salire distintamente il rumore del fiume sottostante – lo vedremo una volta discesi verso la piana sottostante. Si tratta del fiume Vjosë, che nasce in Grecia centinaia di km più ad est e nelle cui acque ci bagnamo per dare sollievo alla calura che, nonostante l’ora tarda, non sembra avere intenzione di calmarsi. Permeti è un posto bellissimo, la gente è molto cordiale; arrivando abbiamo chiesto se esistesse un campeggio organizzato, ci sentiamo rispondere di no, ma che se ne abbiamo voglia possiamo piantare la tenda nella pineta appena fuori città, lungo il fiume. Temporeggiamo e ci domandiamo se non sia il caso di prendere una stanza in albergo, ma la possibilità di dormire cullati dal rumore delle rapide ci alletta, ed è quello che facciamo. I due giorni passati a Permet ci hanno rifocillato: abbiamo mangiato benissimo, l’aria è limpida, il fiume sempre pronto ad accoglierci nelle sue freddissime acque per dare sollievo ai 40° che imperversano e la città è tra le più rinomate produttrici di raki di tutto il paese.

La tappa successiva è inevitabilmente Argirocastro.

Città natale di Enver Hoxa, Argirocastro è una delle città più antiche dell’Albania. Si presenta arroccata sulla collina ed infatti il suo nome, derivante dalla lingua greca (è presente al suo interno una folta comunità ellenica) significa Fortezza Argentata. E’ dal 2005 all’interno del circuito UNESCO, vanta una vita artistica, culturale ed economica molto sviluppata, è sede universitaria e polo turistico. Una visita al castello è quello che ci vuole per ammirare nel panorama la tipicità delle sue abitazioni e dei loro tetti. All’interno del castello sono conservate statue e reperti militari risalenti alla gloriosa resistenza del popolo albanese durante l’occupazione dell’asse e anche i resti di un aereo-spia americano, abbattuto negli gli anni ’60 dalla contraerea. Ad Argirocastro pranziamo al ristorante Kujtimi, meta straconsigliata per tutti coloro che passano da queste parti. Ripartendo passiamo per un caffè in uno dei tanti bar lungo la strada, dove incontriamo due personaggi: il barista e un avventore, che ci fanno sentire davvero a casa per gentilezza e affabilità. Dopo qualche chiacchiera scambiata e raccontando la nostra avventura alla ricerca di Giorgio, ci congediamo chiedendo un’ultima cosa: se possono dirci dove si trova Morea, ovvero il luogo di partenza di tutti gli arbëreshë secondo un’antichissima canzone. Ci rispondono, forse un po’ banalmente ma detto con sentimento e trasporto, che Morea si trova nel cuore di tutti noi. Comincia a insinuarsi in noi un’idea che non viene esplicitata ma che, vedrà il suo compimento di lì a qualche giorno. Partiamo da Argirocastro diretti verso il mare, verso quella Saranda che tutti ci dicono essere luogo di villeggiatura e divertimento piuttosto rinomato nel paese.

Rimaniamo molto delusi. Saranda ha tutto il peggio di una località turistica di massa italiana e poco di attraente, almeno per noi che siamo alla ricerca di qualcosa di particolare e in qualche modo esotico. Ci fermiamo il tempo di un panino e ripartiamo subito per Ksamil. La bellezza naturalistica del luogo riusciamo a vederla solo il giorno dopo, ma arrivando in piena notte, ci colpiscono gli innumerevoli scheletri di palazzi diroccati, che ci fanno chiedere cosa sia mai successo da queste parti. Lo scopriamo parlando con Ismail, il proprietario del locale dove ci fermiamo: si tratta di costruzioni demolite dal governo che, per un periodo, ha voluto evitare l’eccessivo abusivismo della zona. Certo che, lasciando questi scheletri in bella vista, non ha sicuramente fatto un favore allo sviluppo turistico. E’, questo, un pensiero tutto nostro, però, infatti le meravigliose spiagge di Ksamil sono piene di bagnanti, spesso un po’ troppo invadenti con i loro scooter d’acqua con i quali varcano, per tutto il giorno, la baia davanti alle isole omonime. Fortuantamente, spostandosi di qualche km, si può godere di questo vero e proprio paradiso incontaminato senza bagnanti rumorosi e moto d’acqua assassine. Ci fermiamo a Ksamil per qualche giorno; bagni, amicizie e cibo allietano il nostro soggiorno, ma dobbiamo ripartire: abbiamo avuto notizie che raccontano di un arbëresh a Porto Palermo, una località a qualche decina di km più a nord. Partiamo, allora, anche perchè siamo ormai decisi a fare il giro completo dell’Albania, questo posto a cui siamo ormai legati da qualcosa che va oltre i legami storici.

Porto Palermo. Ex sito militare rimasto per decenni una zona off-limits (all’interno di una montagna che scende a picco nel mare esiste tutt’ora una base dell’ex flotta sottomarina dell’esercito) è oggi un luogo di villeggiatura per parte dell’intellighenzja albanese. Facciamo conoscenza con docenti universitari e cineasti, ma l’incontro che ci ha arricchiti di più umanamente è stato quello con Fatmir. Professore di matematica durante l’inverno, arrotonda il suo misero stipendio raccogliendo la salvia che cresce sulle colline e montagne sopra Porto Palermo; Fatmir sarà per noi una sorta di spirito guida in questa ultima e decisiva parte di avventura.

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Per saperne di più

Skanderbeg
Durazzo
Lezha
Tirana
Scutari
Enver Hoxa
lago Scutari
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fiume Vjose
Permet
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Argirocastro
Morea
Saranda
Ksamil
Porto Palermo

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Una risposta a Il viaggio

  1. Carlo ha detto:

    Ragazzi, un progetto molto interessante! Di arbereshe in Albania ce ne più di uno. A saperlo vi avrei accolto a Tirana. In bocca al lupo per tutto. Carlo

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